Tutti siamo rimasti colpiti da quanto accaduto nei giorni scorsi a Milano e in altre città: tanti ragazzi protagonisti di manifestazioni e proteste, sfociate anche in episodi di violenza.
Eppure non possiamo cedere alla narrazione più facile, quella che di questi giorni ricorda soltanto la violenza. Dietro quei gesti c’è un grido, una domanda che attraversa tutta la nostra società. Una domanda che non può essere ignorata e che attende qualcuno capace di ascoltarla.
Le domande del nostro Arcivescovo diventano allora una provocazione anche per la nostra Comunità cristiana di Luino. Che cosa stiamo facendo per ascoltare il grido degli ultimi? Che cosa stiamo facendo per ascoltare famiglie, adulti e ragazzi che non riescono più a trovare un senso al vivere, né un motivo per affrontare la prova, la paura, l’incertezza, la sofferenza?
C’è uno scontento diffuso, una sfiducia dilagante verso ogni istituzione. E nemmeno la Chiesa è estranea a questi sentimenti, che abitano il cuore di tanti.
«Che cercate?»
Come adulti e come Comunità, siamo ancora capaci di porre la domanda che il Signore rivolge ai primi discepoli (cfr. Gv 1,38): «Che cercate?»
Che cosa cercano questi ragazzi, così arrabbiati, annoiati, impauriti, fragili? Perché non riusciamo a essere almeno loro interlocutori davanti a questo grande interrogativo? Perché questa domanda deve restare nascosta dentro un gesto di violenza, invece di trovare voce in una relazione? Perché un ragazzo preferisce andare a saccheggiare un negozio piuttosto che bussare al cuore di un adulto, di una comunità, e chiedere aiuto?
Né buonismo né rassegnazione
Il male è da sempre presente nel mondo, e la tentazione è da sempre accovacciata alla porta del cuore di ogni uomo (cfr. Gen 4,7). Proprio per questo dobbiamo ritrovare le ragioni per cui lottare contro il male e resistere alla tentazione.
Forse questi ragazzi, anche senza rivolgersi direttamente a noi, ci interpellano: ci chiedono di diventare, come Comunità cristiana, testimoni sempre più credibili di giustizia, di ascolto, di amore. Come discepoli di Gesù non possiamo arrenderci alla rassegnazione davanti a chi grida il proprio malessere, anche quando lo fa nel modo più sbagliato.
Badate: non si tratta di un buonismo di bassa lega, che nega l’evidenza del male. È lo spirito di chi crede in un Dio che ha scelto di andare non dai giusti, ma dai peccatori; non dai sani, ma dai malati (cfr. Mc 2,17). Chi siamo noi per fare diversamente? Come possiamo non sentirci, almeno in parte, responsabili della cura di questo malessere diffuso?
La società, il mondo stesso, si costruiscono a partire dalle scelte di ciascuno. A questo proposito si racconta un dialogo, attribuito a Madre Teresa di Calcutta, con un giornalista che le chiedeva: «Ma insomma, questa Chiesa va così male, non crede anche lei? Cosa possiamo fare per migliorarla?». E Madre Teresa: «Ah, guardi, semplicissimo: cominciamo da me e da lei!».
Ogni scelta conta: non possiamo pensare che rendere più giusto il nostro mondo sia sempre compito «di altri».
Il rischio della tiepidezza
È «curioso» che, proprio nei giorni di questi episodi di violenza, nelle nostre chiese si leggano le lettere alle sette Chiese del libro dell’Apocalisse. Tra queste raccomandazioni ce n’è una particolarmente pungente, rivolta alla Chiesa di Laodicea: «Così parla l’Amen, il Testimone degno di fede e veritiero, il Principio della creazione di Dio. Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca» (Ap 3,14-16).
Forse, come il nostro Arcivescovo, non abbiamo grandi risposte. Ma questo non ci autorizza a diventare tiepidi, insensibili a ciò che accade attorno a noi, sordi alla domanda di senso che si nasconde dietro una vetrina spaccata o una rabbia che trabocca. Non possiamo nascondere la testa sotto la sabbia. Non possiamo distogliere lo sguardo. Non possiamo turarci le orecchie.
Questi ragazzi non sono invisibili e non possono diventarlo. Non sono un problema da risolvere, sono persone da amare.
La rivoluzione del Vangelo
Non dimentichiamolo mai: davanti alla tristezza e alla rabbia del mondo, noi abbiamo da offrire la gioia del Vangelo. Abbiamo da offrire una promessa: anche la notte più buia è stata vinta, anche il male più grande è stato sconfitto.
Come discepoli di Gesù siamo chiamati a raccontare che un modo diverso di vivere esiste: è Lui a insegnarcelo. Come cristiani possiamo essere la vera rivoluzione: una rivoluzione di gioia, di amore, di speranza, di senso, di cui forse questo mondo ha tanto bisogno.
È finito il tempo del cristianesimo di comodo, della fede «da struzzo», ripiegata sul proprio orticello. Alziamoci e seguiamo il Maestro. Ascoltiamo, come ha fatto Lui. Combattiamo i demoni della rabbia, della noia, della paura, come Lui ci ha comandato di fare.
Forse ci attende qualche croce, è vero! Ma è proprio con la Sua Croce che il mondo è stato salvato. Sta a noi guardare questi ragazzi e dire loro: «Io ti vedo», «C’è una promessa per te», «A questo mondo si può essere felici», «Tu sei importante», «Dio ti ama».
Non lasciamoci gettare fumo negli occhi: oltre la coltre della violenza di questi giorni, resta una domanda! Sta a noi scegliere di ascoltarla. E se anche questa domanda non è ancora germogliata, che sia la nostra testimonianza di vita a suscitare un interrogativo di pienezza, un desiderio di felicità.
Don Lorenzo Valsecchi

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