Una Comunità, nonostante diversi campanili

Da qualche tempo la nostra comunità pastorale sta imparando a chiamarsi così: comunità, al singolare, e non più soltanto come un insieme di parrocchie. È un passaggio che può sembrare semplice sulla carta, ma che nella vita concreta chiede una conversione vera, non soltanto organizzativa.

NON UN ACCORPAMENTO, MA UN CAMMINO

Mettere insieme più parrocchie non significa semplicemente sommare strutture o attività, ma imparare a riconoscersi come un unico corpo, capace di trovare modi diversi di funzionare, di adattarsi e di camminare insieme. E questo richiede tempo, pazienza e, soprattutto, la disponibilità di ciascuno a non restare fermo là dove si è sempre stato.

Il rischio più grande non è rappresentato dalle distanze geografiche tra le nostre chiese, ma dalle distanze interiori: dall’abitudine a pensare in termini di «mia parrocchia», «mio gruppo», «mio modo di fare le cose», quasi fossero possessi da difendere anziché doni da condividere. I personalismi – il bisogno di essere protagonisti, di avere l’ultima parola, di vedere riconosciuto il proprio ruolo – sono forse tra gli ostacoli più insidiosi all’unità, proprio perché spesso si presentano sotto le sembianze dello zelo, dell’amore per la propria comunità o della fedeltà a una tradizione.

Il passo tra l’attaccamento e la chiusura è piccolo e finisce per soffocare proprio ciò che vorrebbe proteggere.

UNA CHIESA CHE GUARDA AL SUO TERRITORIO

Unità non significa uniformità e neppure ripiegamento su se stessi. Una comunità pastorale che si guarda soltanto allo specchio, preoccupata di mantenere gli equilibri interni, rischia di perdere di vista la domanda più importante: come stiamo, come Chiesa, dentro il territorio che ci è affidato?

Le persone che abitano le nostre strade – credenti, dubbiosi, lontani, indifferenti – non si dividono secondo i confini delle nostre vecchie parrocchie. Hanno bisogno di una Chiesa capace di leggere insieme i bisogni di un intero territorio e di rispondere attraverso una progettualità condivisa, non con iniziative parallele e, talvolta, persino in concorrenza tra loro.

Questo chiede a tutti – sacerdoti, religiosi, laici impegnati, gruppi e movimenti – di alzare lo sguardo dal proprio cortile e domandarsi: che cosa serve qui, oggi, a questa gente? E non soltanto: che cosa serve per mantenere in vita «la mia» attività così come l’ho sempre conosciuta?

SINODALITÀ: UNO STILE, PRIMA CHE UN METODO

Si parla molto, in questo tempo, di sinodalità. Ma la sinodalità non è anzitutto un metodo di lavoro, né semplicemente un insieme di consigli e commissioni: è uno stile. È il modo con cui ci si mette gli uni accanto agli altri, si cammina insieme e ci si ascolta davvero, anche quando l’ascolto costa, anche quando significa rinunciare a una propria idea per accogliere quella di un altro.

Vivere uno stile sinodale significa anche accettare una cosa non sempre facile: non identificarsi con i propri «servizi» o con le proprie aree di influenza. Un servizio, per essere davvero tale, deve poter essere anche lasciato.

Chi si sente indispensabile, chi teme che senza di lui qualcosa non possa reggere, rischia di smarrire il senso stesso del servire: non si serve una funzione, si serve una comunità. E una comunità che cresce ha bisogno di persone capaci di passare il testimone, di lasciare spazio e di gioire quando un altro svolge bene qualcosa che prima facevamo noi.

UN SOGNO?

Nessuno di questi passaggi è automatico e nessuno di noi ne è del tutto immune. Costruire l’unità non è un compito da delegare a qualche commissione. È un lavoro quotidiano, fatto di piccole rinunce e di grandi gesti di fiducia. Comincia ogni volta che scegliamo di dire «noi» al posto di «io», «la nostra comunità» al posto di «la mia parrocchia».

È un cammino lento, certamente. Ma è proprio camminando insieme che possiamo scoprire non soltanto una nuova organizzazione, bensì un modo più autentico di essere Chiesa: una sola comunità, con tanti campanili, capace di abitare il proprio territorio con uno sguardo comune e un cuore aperto.

don Cesare

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