«Abbiamo bisogno di lasciarci educare dai riti della liturgia, curando con mano fine e senza arbitrarietà la bellezza delle nostre celebrazioni e impegnandoci in un’autentica mistagogia». Con questo appello Leone XIV ha concluso l’udienza generale in piazza San Pietro, dedicata ancora una volta alla Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium.
«L’uomo deve diventare nuovamente capace di simboli», ha affermato il Pontefice, richiamando una riflessione di Romano Guardini ripresa da Papa Francesco. «L’esperienza di una liturgia viva e devota, accompagnata da un’opportuna catechesi mistagogica, è la migliore risorsa per risvegliare quell’apertura all’incontro con Dio che, nella logica dell’Incarnazione, coinvolge tutto l’uomo: spirito, anima e corpo».
Al termine dell’udienza, nei saluti ai fedeli, il Papa ha rivolto una particolare parola ai sacerdoti e ai religiosi del Medio Oriente, assicurando preghiera e benedizione per il loro ministero e per le attese dei rispettivi Paesi. Non è mancato un riferimento alla solennità del Corpus Domini, celebrata domani, con l’invito a mantenere viva la tradizione delle processioni eucaristiche come pubblica testimonianza di fede.
«I riti della liturgia cristiana non sono un rivestimento esteriore del mistero sacramentale né un insieme di cerimonie arbitrarie, ma la mediazione ecclesiale attraverso cui il dono di Dio ci raggiunge», ha spiegato Leone XIV. Il rito, infatti, «dà forma all’azione liturgica e, attraverso di essa, alla nostra vita», educando il credente a riconoscere la presenza di Dio in Gesù Cristo.
La partecipazione alla liturgia, ha sottolineato il Papa, non può essere quella di spettatori passivi: occorre coinvolgere corpo, mente e cuore. Attraverso il rito veniamo formati all’ascolto della Parola, al rendimento di grazie, all’adorazione, alla comunione fraterna e alla vita ecclesiale, scoprendoci parte di un’unica assemblea radunata dalla stessa fede.
Il rito ci inserisce inoltre in una sequenza di gesti e preghiere che talvolta può apparire in contrasto con il desiderio di spontaneità. Tuttavia la sua funzione non è limitare la libertà, bensì orientarla verso l’essenziale. Con la sua sobria solennità interrompe il ritmo frenetico delle attività quotidiane e introduce a una logica diversa, non dominata dalla produttività ma dalla gratuità della grazia.
Il Pontefice si è poi soffermato sul significato di segni e simboli. Un segno, ha spiegato, diventa simbolico quando rimanda non solo a un’idea, ma a un intero universo di significati e valori. È il caso dell’acqua benedetta, che richiama il dono del Battesimo e la vita nuova in Cristo.
I simboli, inoltre, hanno un carattere profondamente pratico: si esprimono in azioni concrete, semplici come l’inginocchiarsi o lo scambio della pace, oppure più solenni come i gesti propri dei Sacramenti. Proprio per questo possiedono una forza trasformante: agiscono sugli elementi materiali e sulle persone che vi partecipano, generando appartenenza, toccando mente e cuore e favorendo autentiche relazioni ecclesiali.
don Cesare

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