A due a due

La quarta domenica di Pasqua, chiamata domenica del Buon Pastore, è da 58 anni celebrata in tutte le Chiese del mondo come Giornata di preghiera per le vocazioni di speciale consacrazione. La tematica proposta in Italia si ispira ad una espressione di Papa Francesco, contenuta nell’Esortazione Apostolica Gaudete et exsultate, dove richiama alcune caratteristiche della santità nel mondo attuale evidenziando che “la santificazione è un cammino comunitario, da fare a due a due”.

In questo ultimo anno ci siamo accorti come le situazioni che si vengono a creare nel mondo richiedono un esercizio di solidarietà, di comunione e la Chiesa deve diventare la casa e la scuola della comunione. La vocazione è così: “Se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea. È un modo di amare, di passare gradualmente da ciò che voglio io a ciò di cui ha bisogno il mondo di Dio. È la liberazione dalla paura, dall’avidità, dalla dipendenza”. (Papa Francesco, Laudato si’,11). La vocazione è la mia parte, quella che posso fare e che posso fare io soltanto, sempre insieme agli altri.

In questa domenica vogliamo pregare per tutte le vocazioni, quelle che stanno sorgendo e quelle che già camminano anche nella fatica e nella lotta del momento. Preghiamo per i preti, i vescovi, i diaconi, i seminaristi, le vergini consacrate, le monache di clausura, i religiosi e le religiose, i membri degli istituti secolari, i monaci. È bello pregare oggi per tutti i giovani che si stanno aprendo alla scoperta di ciò che sarà il loro futuro, il loro discernimento sia a 360°, perché la vocazione è un dono di Dio, è il progetto che ha su di noi. L’errore di molti giovani è quello di escludere Dio dalle proprie scelte di vita e di escludere anche la vocazione di speciale consacrazione: “Nel discernimento di una vocazione non si deve escludere la possibilità di consacrarsi a Dio nel sacerdozio o nella vita religiosa o in altre forme di consacrazione. Perché escluderlo? Abbi la certezza che, se riconosci una chiamata da Dio e la segui, ciò sarà la cosa che darà pienezza alla tua vita”. (Papa Francesco, Christus vivit, 276).

Papa Francesco per questa Giornata ha scritto un messaggio tenendo presente la figura di San Giuseppe, nell’anno a lui dedicato, il quale ci suggerisce tre parole-chiave per la vocazione di ciascuno.

La prima è sogno. Tutti nella vita sognano di realizzarsi. Ed è giusto nutrire grandi attese, aspettative alte che traguardi effimeri – come il successo, il denaro e il divertimento – non riescono ad appagare. In effetti, se chiedessimo alle persone di esprimere in una sola parola il sogno della vita, non sarebbe difficile immaginare la risposta: “amore”. È l’amore a dare senso alla vita, perché ne rivela il mistero. La vita, infatti, si ha solo se si dà, si possiede davvero solo se si dona pienamente. San Giuseppe ha molto da dirci in proposito, perché, attraverso i sogni che Dio gli ha ispirato, ha fatto della sua esistenza un dono.

Una seconda parola segna l’itinerario di San Giuseppe e della vocazione: servizio. Dai Vangeli emerge come egli visse in tutto per gli altri e mai per sé stesso. Il Popolo santo di Dio lo chiama castissimo sposo, svelando con ciò la sua capacità di amare senza trattenere nulla per sé. Liberando l’amore da ogni possesso, si aprì infatti a un servizio ancora più fecondo: la sua cura amorevole ha attraversato le generazioni, la sua custodia premurosa lo ha reso patrono della Chiesa. Il suo servizio e i suoi sacrifici sono stati possibili, però, solo perché sostenuti da un amore più grande: «Ogni vera vocazione nasce dal dono di sé, che è la maturazione del semplice sacrificio. Anche nel sacerdozio e nella vita consacrata viene chiesto questo tipo di maturità. Lì dove una vocazione, matrimoniale, celibataria o verginale, non giunge alla maturazione del dono di sé fermandosi solo alla logica del sacrificio, allora invece di farsi segno della bellezza e della gioia dell’amore rischia di esprimere infelicità, tristezza e frustrazione».

Mi piace pensare allora a San Giuseppe, custode di Gesù e della Chiesa, come custode delle vocazioni. Dalla sua disponibilità a servire deriva infatti la sua cura nel custodire. «Si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre» (Mt 2,14), dice il Vangelo, segnalandone la prontezza e la dedizione per la famiglia. Non perse tempo ad arrovellarsi su ciò che non andava, per non sottrarne a chi gli era affidato. Questa cura attenta e premurosa è il segno di una vocazione riuscita. È la testimonianza di una vita toccata dall’amore di Dio. Che bell’esempio di vita cristiana offriamo quando non inseguiamo ostinatamente le nostre ambizioni e non ci lasciamo paralizzare dalle nostre nostalgie, ma ci prendiamo cura di quello che il Signore, mediante la Chiesa, ci affida! Allora Dio riversa il suo Spirito, la sua creatività, su di noi; e opera meraviglie, come in Giuseppe.

Oltre alla chiamata di Dio – che realizza i nostri sogni più grandi – e alla nostra risposta – che si attua nel servizio disponibile e nella cura premurosa –, c’è un terzo aspetto che attraversa la vita di San Giuseppe e la vocazione cristiana, scandendone la quotidianità: la fedeltà. Perché la vocazione, come la vita, matura solo attraverso la fedeltà di ogni giorno.

Le tre parole suggerite da Papa Francesco ci aiutino a fare una verifica del nostro modo di vivere la vocazione affidataci dal Signore, perché diventi testimonianza per i giovani che ci incontrano e che stanno pensando al loro futuro.

don Sergio

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Opera: Buon Pastore – II secolo – Affresco – Catacombe di San Callisto, Roma

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