L’ultimo giorno… una promessa!

Novembre si apre con due giorni che ci portano nel cuore della fede: la solennità di Tutti i Santi e la Commemorazione dei fedeli defunti. Andremo nei nostri cimiteri, porteremo un fiore, accenderemo un lumino, diremo un nome sottovoce. E una domanda, magari taciuta, tornerà a bussare: che ne sarà di noi? Che ne sarà di chi abbiamo amato?

Non la paura, ma la promessa. Per molto tempo l’”ultimo giorno” è stato descritto con immagini che suscitavano timore: la fine del mondo, il crollo di tutto, la resa dei conti. Oggi forse non ci crediamo più, ma rischiamo di non pensarci affatto.

La Chiesa ci ricorda che l’ultimo giorno non è una data sul calendario della fine, ma il momento in cui la Pasqua di Gesù si compirà per ciascuno e per tutto il creato. Il cristiano non spera in un vago “aldilà”, ma nel Risorto. «E io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,40).

Non solo l’anima, ma tutta la persona. Diciamo spesso: “è in cielo”, “la sua anima riposa”. Ma nel Credo professiamo di più: «Aspetto la risurrezione dei morti». Dio salva tutto di noi: il corpo, la storia, i legami. Anche il corpo segnato dalla malattia, dalla vecchiaia, dalla fatica.

In un tempo che esalta il corpo perfetto e scarta quello fragile, è una notizia bellissima: nulla di ciò che siamo è destinato a perdersi! Non un giudizio freddo, ma una giustizia che non dimentica. Il giudizio di Dio non è un registro di dare e avere. È il segno che Dio prende sul serio la nostra libertà: il bene che abbiamo fatto, il male che abbiamo subito e quello che abbiamo causato. Se non ci fosse, chi ha patito ingiustizia non avrebbe mai risposta e il male vincerebbe.

Ma Dio non dimentica nessuno! Lo sapeva Giobbe, nel pieno della prova: «Io so che il mio redentore è vivo» (Gb 19,25). Non solo domani, ma già oggi.

La speranza della risurrezione cambia il modo di vivere adesso. Né i successi né le sconfitte, né una diagnosi né un applauso dicono chi siamo davvero. E proprio per questo le scelte contano: il bene fatto non finisce nel nulla, la fedeltà non è mai tempo perso. Anche una comunità che spera è diversa: non si chiude a difendere quello che ha, ma diventa segno del Regno che viene.

Ogni Eucaristia che celebriamo è già un anticipo di quel giorno. Un grazie che diventa preghiera. Il 2 novembre è anche il giorno della gratitudine. Pensiamo ai nostri genitori e ai nonni, agli amici, a chi ci ha insegnato a pregare, a chi ha servito le nostre Parrocchie con generosità silenziosa. Non li dimentichiamo: li affidiamo al Signore, certi che un giorno ci ritroveremo insieme nella sua gioia.

E allora, quando passeremo tra le tombe dei nostri cari, chiediamoci: vivo con la paura della fine o con la fiducia nella promessa? La speranza «non delude» (Rm 5,5)!! Coraggio: camminiamo insieme come pellegrini di speranza!

don Cesare

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