«Che allegria c’è? Di che godono tutti costoro?»

Come un invito a condividere la festa

C’è un’immagine molto bella che apre e accompagna la Proposta pastorale dell’Arcivescovo Mario Delpini per l’anno 2026/2027: quella dell’Innominato dei Promessi Sposi.

È notte. Una notte non soltanto fuori, ma soprattutto dentro di lui. L’Innominato ripercorre il male compiuto, ne avverte improvvisamente tutto il peso e arriva quasi alla disperazione. Poi, mentre comincia ad albeggiare, sente qualcosa di inatteso: le campane suonano a festa. La gente esce dalle case, percorre le strade, si mette in cammino.

C’è una gioia alla quale lui non sa ancora dare un nome. «Che allegria c’è? Di che godono tutti costoro?». Quello scampanio entra nella sua notte come l’annuncio che un’altra vita è possibile.

L’Arcivescovo sceglie questa pagina di Manzoni come immagine della missione della Chiesa nel nostro tempo. Anche oggi, infatti, non mancano le “notti”: guerre e violenze, solitudini, disuguaglianze, paura del futuro, famiglie affaticate, giovani incerti, persone ferite o scoraggiate.

Anche le nostre comunità cristiane conoscono la fatica: diminuiscono le forze, cambiano le abitudini, alcune forme pastorali sembrano non funzionare più come un tempo. Eppure proprio dentro questa realtà la Chiesa è chiamata a far risuonare un annuncio di gioia. Non una gioia ingenua, che ignora la sofferenza, ma quella speranza che nasce dall’incontro con Gesù Cristo.

La missione cristiana, ricorda l’Arcivescovo, non consiste anzitutto nel moltiplicare iniziative. Prima del “fare” viene l’“essere”: essere uomini e donne che vivono in comunione con Gesù e, per questo, diventano luce, sale e lievito là dove si trovano.

Una Chiesa dalle porte aperte

Uno dei passaggi più concreti della Proposta pastorale riguarda le relazioni. Le nostre comunità sono chiamate ad essere «porte aperte». La missione passa infatti molto spesso attraverso incontri semplicissimi: una mano stretta, un sorriso, una parola, l’attenzione verso chi arriva. Una famiglia che domanda il Battesimo per un figlio, dei genitori che iscrivono un bambino al catechismo, due giovani che chiedono di sposarsi in chiesa, una famiglia che attraversa un lutto, una persona che bussa per chiedere aiuto: non sono soltanto “pratiche” da svolgere o servizi da organizzare. Sono persone da incontrare.

Ogni incontro può diventare una strada sulla quale il Signore passa. Per questo una comunità missionaria non misura la fede degli altri, non decide chi è abbastanza vicino o troppo lontano, ma accoglie e accompagna. Sa ascoltare, sa proporre, sa anche invitare alla conversione, ma sempre con quello stile che san Pietro riassume in due parole preziose: «dolcezza e rispetto».

Dal “fare per” al “fare con”

Un’altra espressione particolarmente significativa è l’invito a passare dal “fare per” al “fare con”. Per molto tempo siamo stati abituati a pensare la vita pastorale secondo uno schema abbastanza semplice: qualcuno organizza, altri partecipano; qualcuno decide, altri eseguono; qualcuno si prende cura, altri ricevono.

Lo stile sinodale chiede qualcosa di più. Significa riconoscere che ogni battezzato porta con sé un dono. Nessuno possiede da solo tutte le risposte. Preti, diaconi, consacrati, laici, giovani, famiglie, anziani: ciascuno può offrire qualcosa per costruire la comunità e per annunciare il Vangelo.

Sinodalità, allora, non è una parola complicata da aggiungere al nostro vocabolario ecclesiale. Significa imparare a camminare insieme, ascoltarsi davvero, pregare insieme, discernere, assumersi responsabilità e verificare le scelte compiute. È uno stile che va imparato praticandolo.

Anche il Consiglio pastorale, perciò, non può limitarsi a organizzare feste, calendari e iniziative. È chiamato ad essere luogo nel quale si ascolta la Parola di Dio, si ascolta la comunità e ci si domanda insieme: che cosa il Signore ci chiede oggi? Quali persone stiamo raggiungendo? Chi invece rimane ai margini? Quale passo nuovo possiamo osare?

Dappertutto testimoni

La missione non si svolge soltanto negli ambienti parrocchiali. L’Arcivescovo ricorda che i cristiani sono chiamati ad essere testimoni dappertutto: nel lavoro, nella scuola, nell’università, negli ospedali, nello sport, nella vita sociale e politica, nei luoghi del riposo e dell’incontro.

Non occorrono necessariamente grandi discorsi. Può bastare essere quel «pizzico di sale», quella «scintilla di luce», quel «po’ di lievito» che rende diverso un ambiente: attraverso l’onestà, l’attenzione agli altri, la capacità di non alimentare conflitti, la disponibilità verso chi è fragile, il rispetto anche di chi pensa diversamente.

È forse questa una delle forme più credibili dell’annuncio cristiano oggi: suscitare negli altri una domanda. Perché questa persona non risponde all’offesa con un’altra offesa? Perché trova tempo per aiutare? Da dove viene la sua speranza? Perché, anche in una prova, non cede alla disperazione?

San Pietro invitava i cristiani ad essere «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi». Prima della risposta, però, deve esserci una speranza che gli altri possano vedere.

Il coraggio dell’essenziale

La Proposta pastorale non nasconde le difficoltà della Chiesa di oggi. Anche il cammino sinodale ha incontrato stanchezze, scetticismi e resistenze. La risposta, però, non può essere quella di difendere ad ogni costo tutto ciò che abbiamo sempre fatto. Occorre il «coraggio dell’essenziale»: comunità meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo; parrocchie accoglienti e missionarie; organismi di partecipazione realmente vivi; capacità di ascoltare i giovani; attenzione ai poveri; famiglie accompagnate e non lasciate sole.

Non ci viene chiesto di avere già tutte le soluzioni. Gli stessi apostoli ai quali Gesù affida la missione erano soltanto undici, impauriti e pieni di dubbi. E proprio a loro il Risorto dice: «Andate». La forza della missione non nasce dunque dalla nostra perfezione, ma dalla promessa con cui Gesù conclude il Vangelo: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Anche le nostre campane possono suonare a festa

Torniamo allora all’Innominato. Nella sua notte sente le campane e vede un popolo che cammina verso una festa. Ancora non conosce ciò che troverà, ma comprende che esiste qualcosa di diverso dalla disperazione nella quale si era rinchiuso. Forse è proprio questa la vocazione delle nostre comunità.

Essere, nel nostro paese e nel nostro tempo, come quello scampanio. Non una
Chiesa che richiama l’attenzione su se stessa, ma una comunità capace di far intuire che c’è una speranza; che nessuna storia è definitivamente perduta; che una vita diversa è possibile; che c’è ancora qualcuno disposto ad accogliere, ascoltare, accompagnare e condividere.

Una Chiesa nella quale chi passa possa domandarsi, magari con stupore: «Che allegria c’è? Di che godono tutti costoro?» E possa scoprire, attraverso di noi, che la festa alla quale è invitato è la gioia stessa di Dio.

don Cesare

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